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  • Conversazione/intervista tra il Direttore artistico di MilanoInVoce, il M° Zappatini e la Docente di canto, Laura Raimondi.

    Laura:può sembrare una domanda banale, ma… cosa significa per te insegnare canto?

    Maurizio:non si può insegnare il canto. Il canto o è nel codice genetico, o non ci sarà mai. Si può solo educare o allenare la voce; guidare l’allievo verso un più efficace coordinamento fisiologico.  Si può insegnare ad ascoltare il proprio canto, a formarsi una coscienza critica che aiuti a sviluppare quel che c’è. Non si deve commettere l’errore di pensare che studiando canto, si possa diventare il cantante che non si è.

    Laura: oggi c’è molta confusione tra i preparatori della voce: si sentono termini diversi, dal classico “insegnante di canto”, a “vocal trainer”, “vocal coach”, e preparatore vocale. A chi deve rivolgersi un aspirante cantante?

     Maurizio: Il termine insegnante di canto moderno è generico e fuorviante, meglio specificare la/le competenza/e: Insegnante di canto Jazz, Insegnante di canto pop, Insegnante di musical … di Hard Rock … ecc.. L’Insegnante svolge un lavoro propedeutico alla professione di cantante e/o insegnante. Oltre a fornire tutte le informazioni tecniche e culturali su un repertorio o sui repertori di cui ha competenza, deve saper insegnare la grammatica del linguaggio tonale attraverso l’ear-training, con un programma didattico efficace e di difficoltà progressiva a giovani allievi.
    Il Vocal Trainer o Preparatore della voce o istruttore di meccanica vocale* è un Istruttore che si occupa essenzialmente dell’emissione e dell’allenamento “vocale” dei cantanti. Il vocale trainer non sostituisce ne l’insegnante di canto, ne il vocale coach, men che meno il foniatra e il logopedista. E’ essenzialmente una figura di riferimento per professionisti che si trovano a svolgere una carriera canora che richiede un uso artistico ma fisicamente logorante della voce. Il Vocal Coach ha invece competenza ed esperienza professionale sulle modalità di esecuzione e produzione in un genere specifico: Jazz, pop, musical, Hard Rock, Barocco, Opera … Un musicista perfettamente integrato nelle modalità di esecuzione del genere in cui lavora, provato da un’importante know-how professionale. Il vocale coach, non è un insegnante di canto, né un trainer. Il suo intervento è di affinamento o rifinitura, mirato alla realizzazione di un evento preciso ed è richiesto generalmente da produttori (discografici, televisivi, di teatro), da tour manager e anche da insegnanti di canto per il perfezionamento di alcuni allievi in vista di audizioni, concorsi ecc.

    Laura: nell’approccio al canto, quanto è importante la conoscenza di uno strumento armonico?

    Maurizio:nel pop al gradimento del pubblico non si arriva necessariamente passando da una scuola o da studi rigorosi di musica. La maggior parte dei grandi interpreti del pop italiano e internazionale ne è la prova, ma quasi sempre questa “mancanza” è compensata da un grande talento, da una sensibilità artistica capace di arrivare direttamente al cuore della gente senza mediazioni.  Questo però non può essere la regola, proprio per il suo carattere di eccezionalità.  Uno studio serio della musica è determinante per la formazione e lo sviluppo di consapevolezza e abilità artistica

    Laura:che differenza c’è tra un cantante professionista e un artista?

    Maurizio:Nessuna se l’artista riesce a vivere della sua Arte.

    Laura:come aveva predetto Andy Warhol, ognuno cerca (oggi soprattutto tramite i social) i propri 10 minuti di notorietà. In che modo il talento, secondo te, può emergere dai nuovi social media e come è possibile non risultare improvvisati mettendo le proprie creazioni sul web?

    Maurizio: innanzitutto accertandosi che quello che si propone abbia effettivamente un valore artistico.  Quel qualcosa in più che possa giustificare un investimento di tempo e denaro; e poi affidandosi a professionisti di provata capacità ed esperienza sia per la produzione che per la promozione in rete.

    Laura:qui a MilanoInVoce, il vocal studio di cui sei Direttore artistico, qual è la poetica del canto?

    Maurizio: MilanoInVoce non è, né vuol essere l’ennesima “scuola di canto”. A Milano ce ne sono tante e di buon livello. Vogliamo invece occuparci della parte più creativa. Lavorare sulle qualità di ogni allievo, aiutarlo a far emergere e definire in tutto e per tutto la sua proposta artistica. Una reale e mirata preparazione al mondo della professione.

    Laura:la voce rispetto ad altri strumenti è totalmente “umana”. Questo implica una cura del proprio stile di vita e lo sviluppo di una sensibilità estetica ed emotiva costante. Come ci si può prendere cura della voce a 360 gradi?

    Maurizio: prendendosi cura di se stessi. La voce non è qualcosa di estraneo. Non puoi avere una voce sana se il resto del corpo non lo è. Soprattutto in vista di impegni professionali importanti, occorre pensare come atleti e adottare uno stile di vita e alimentare corretto. Anche qui, meglio evitare il fai-da-te e le fake del web.

    Laura:a cosa serve cantare? Se in un mondo surreale tutti imparassero a conoscere la propria voce, cosa potrebbe accadere?

    Maurizio: Ma noi viviamo in un mondo surreale!Per questo cerchiamo di fuggirlo con l’Arte. Cantare o dipingere, recitare o scrivere, sono solo un modo di dimenticare il peggio di noi.

    Mini questionario d’ispirazione proustiana

    Il tratto principale del tuo carattere?
    Non ne ho idea

    Ultimo libro letto?
    “Un silenzio cantato” di Stefano Crise

    La più grande disgrazia?
    La delegittimazione del sapere praticata attraverso il web

    Un dono che vorresti avere?
    Mi faccio bastare quelli che ho

    L’impresa storica che ammiri di più?
    Quelle che avvengono ogni giorno in sala parto

    Stato d’animo attuale?
    Quello di sempre

  • Talento. L’origine di questa parola è stranamente greca. La parola greca tàlanton, infatti, indicava anticamente la bilancia, l’idea del peso: dal significato quindi di “misura”, tàlanton diventò una moneta vera e propria. Il talento attico pesava ben 57 libbre e aveva il valore di 60 mine, tradotto  5.156,25 di vecchie lire italiane, tradotto ai giorni nostri, forse, 5 euro.

    La parola tàlanton quindi migrò, sfuggì, passò di bocca in bocca fino a prendere le ali della metafora, indicando qualcosa di un valore immateriale, come l’abilità, il dono, l’ingegno.
    Il talento è sempre stata una dote discussa: è innato o si può acquisire? E’ una competenza o una magia? Ma non è mia intenzione parlare di questa annosa questione.
    Piuttosto, è interessante vedere come oggi questa parola sia stata usurpata dalla televisione, nel significato moderno di “Talent”, ovvero quei programmi che utilizzano appunto la dote dei partecipanti per fare intrattenimento, specialmente nel canto.
    Il pubblico da casa è entusiasta, gli ascolti sono stellari e il taglio da soap opera tiene la suspense al punto giusto. Un team di autori, dietro le quinte, intesse trame ghiotte e complesse: litigi, pianti, drammi familiari, sacrifici individuali. Il pubblico ha così l’occasione di identificarsi, tifare l’uno piuttosto che l’altro, sentirsi in control tramite il televoto.
    Ma all’interno dello show, della spettacolarizzazione, cosa rimane del talento? Ma soprattutto, è giusto che ci sia una giuria (se così si può chiamare…) a definire il talento?
    … Cosa può insegnare un talent alle giovani generazioni?
    C’è un primo errore di sistema da scardinare. Innanzitutto, all’avere talento non segue necessariamente l’assioma dell’avere successo. Questa proporzionalità, mostrata in tv, è ingannevole. Avere successo non implica, infatti, possedere una qualità. A volte si può aver successo mediatico per qualcosa che si aggancia all’estetica, alla spettacolarizzazione, alla capacità di essere a proprio agio e simpatici durante la diretta e le interviste. O ancora, il successo può essere dato da quello che viene presentato sul piatto come talento. Usando una metafora culinaria, una nouvelle cousine ben presentata potrebbe avere più successo di una gustosa carbonara da osteria, ma non per questo sarebbe più buona.
    Oltretutto, il talento viene definito nei talent canori da parole il più delle volte senza un valore costruttivo, ma di mera opinione personale: “hai l’x-factor”, “mi sei arrivato”, “hai i numeri giusti per sfondare nel pop”, “sei radiofonico”, e così via.
    Il pubblico, allo stesso modo, in sala e sul web, si schiera e spande opinioni senza riflettere. Usando un termine coniato dal giornalista Mentana, da veri “webeti”.
    Il talento è quindi appannaggio dei sedicenti esperti e non, che spesso con il canto hanno una parentela lontana.
    Il talento, nel talent, diviene così altamente soggettivo e assoggettato a regole. Non c’è un riconoscimento di un talento, ma di una sua circoscrizione a delle regole ottriate dall’alto, da persone che forse non posseggono talento, se non forse quello di scorgere una possibilità economica nell’abilità. In questo senso, il talento oggi ha risalito, come un salmone, il fiume dell’etimologia, ritornando al suo valore pecuniario.
    Cosa dire ai ragazzi che vogliono cimentarsi proprio in un talent? Semplicemente di studiare, di essere artisticamente inattaccabili, consapevoli di essere entrati in regole che determinano compromessi personali e grossi rischi emotivi.
    E per noi pubblico, il rischio che il talento, quello vero, non venga riconosciuto.

    di Laura Raimondi

  • Riso e pianto. I fratellastri del canto.
    Il giullare ride e piange insieme. La bocca va all’insù, mentre dagli occhi scendono lacrime. E’ il caso di dire che è proprio buffo che in alcuni metodi del canto, come il noto Voice craftdi Jo Estill si utilizzino termini come “sob-cry”, letteralmente “piangere singhozzando”, mentre nel belting si raccomanda di spalancare il “sorriso interno” alla bocca…

    “ Due facce del canto”
    Riso e pianto attivano, come spiega Mirella De Fonzo nel suo libro “Cantoterapia”, diversi muscoli. Una fragorosa risata, per esempio, attiva ben 15 muscoli, tra cui le fasce muscolari più interne al ventre, distendendo le viscere. Ecco perché in una piacevole serata tra amici, la digestione è più semplice: le risate, infatti, stimolano la circolazione sanguigna e facilitano i meccanismi digestivi.
    Cantare attiva ancora più muscoli, riassumendo così in un solo movimento l’effetto respiro, l’effetto musica e l’effetto risata.

    “Piangere fa gli occhi belli”
    Per quanto riguardo il pianto in particolare, la nostra Rita Levi Montalcini ha scoperto che durante il pianto emotivo, viene prodotta la proteina Ngf, Nerve growth factor, che aiuta le cellule nervose a crescere, guarisce le ulcere della cornea e aiuta a sbloccare le crisi depressive. E’ peraltro la stessa proteina responsabile dell’innamoramento…

    I saggi conoscevano bene il potere creatore del pianto: dal ruolo delle prefiche, sacerdotesse responsabili del rito del del pianto durante i funerali – fino al mito di Prometeo che creò il primo uomo con argilla e lacrime. E il suo collegamento con il canto è ancora più evidente negli antichissimi lamenti ebraici, dove struggenti canti monodici raccontano gesta epiche e memorie dolorose.

    “Specchio riflesso”
    Secondo il filosofo e antropologo tedesco Helmuth Plessner, riso e pianto non possono essere trattati separatamente: entrambi sono una manifestazione dell’essere umano. Per lo studioso, riso e pianto non appartengono al linguaggio, ma fanno invece parte dell’uomo sin dalla notte dei tempi, sono una “pura espressione reattiva”, senza significati simbolici. In parole povere, riso e pianto sono lo specchio immediato e fedele delle emozioni.

    E aggiungo io, il canto non è che la traduzione in musica delle emozioni, quelle che ci fanno piangere e quelle che ci fanno ridere, e il suo potere incantatore è l’essere immagine alata della vita stessa.

    di Laura Raimondi

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